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"Gli uomini continua attesa...e disperata rabbia di copiare il cielo
rompere qualsiasi cosa se non è loro..." Il cielo capovolto
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Ciao! sono una giovane studentessa di filosofia che ama scrivere. Nel mio blog troverete un pò di tutto: racconti, poesie e tanto altro. Grazie di essere passati. ;-)
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"Premio D eci e lode"
Premio Dieci e lode
Attestatomi da Giuliana Argenio per le emozioni che so trasmettere attraverso le parole.
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Muovetevi dal vostro torpore, sentite in voi il freddo che segue il risveglio e unitevi a me in questo nuovo giaciglio.
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Poesia
Mondo a-colore:
Fervida
Immaginazione
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stanze nuove
ma
maniglie usate
come posso
sperare
in esiti migliori
se i modi
son identici
finisco
per ricoprirmi
di cera usata.
cado giù
in una vasca
di grigio di nuvole
pessimo sostegno
della mia inquietudine.
affondo le mani
ma non trovo niente
che possa colorare
il mio presente
di te assente.
vorrei amarti
te che sei il più scuro
di questi pensieri
che mi annegano
ma affogo strozzata
dalla dolorosa dipartita
del dolore
che mi ha lasciata.
quando finisce
la sofferenza
inizia l'inappetenza
incomprensione dell'amore
e dell'umana appartenenza
a un mondo a-colore
della gioia della vita
vile perdita di presenza.
Disclaimer
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
Musica
uà na parola! Allora facciamo così, tipo elenco della spesa:
Vecchioni, Baglioni, De Gregori, Tenco, De Andrè, Zucchero, Dalla, Gaetano, Battiato, Mina, Nannini, Bertè, Ranieri, Guccini, ligabue, oasis, u2, muse, radiohead, whitin temptation, queen, led zeppelin, guns n roses, pink floyd, m83, verdena, sigur ros, the cure, dire streits, jethro tull e molto altro…da ciò desumete voi i generi! (nun dite e chi so che abbuscate!hihi)
Film
: aè…altro elenco della spesa? Cerco d dirne pochi ja:
Big fish, Arizona dream, la vita è un miracolo, underground, papà è in viaggio d’affari, pulp fiction, edward mani di forbice, Arancia meccanica, il miglio verde, braveheart, trainspotting, shining, 2001 odissea nello spazio, l’attimo fuggente, radioday, la rosa purpurea del cairo, radiofreccia, Schindler’s list, il padrino, le iene, ritorno al futuro, sin city, the six sense, Il signore degli anelli, Nightmare before christmas, Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, Pater familias, Un uomo da marciapiede, Pane e tulipani, Gatto nero, gatto bianco, Non ci resta che piangere, Ricomincio da tre, Smoke, La leggenda del pianista sull'oceano, Il pianista, io so che tu sai che io so, arrivano le spose, c’eravamo tanto amati, giù la testa, shine, nuovo cinema paradiso, baciami piccina, parla con lei, tutto su mia madre, volver e in ultimo ma per niente per ordine di importanza!!!!!!!!!! C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA!
Frase celebre nella quale mi identifico”
“A gatta pe fa e press, facette e figli cieche"
La Felicità è secondo me:
avere un uomo che ti dice ti amo, un bimbo che ti chiama mamma e ti dice ti voglio bene… beh se il Napoli vincesse il terzo scudetto non sarebbe male...
Poesia
Armi di parole:
Sono armi queste mani
si chiede qualcheduno
con i gesti qui si urla
puoi ammazzare il "mio" futuro
ma la vita quella vera
che ci passa per le mani
non è vita, vita seria
se sparo il tuo domani
purtroppo ogni uomo
ha sempre un fucile
che sia ferro o che sia bile
quella persa nelle parole
o nascosta in un'azione
non ti serve perquisirmi
se voglio, so ferirti
cosa levi mio padrone
lo ritrovo dal signore
ma qui giù una cosa conta
prendere 100 e dare se ne hai voglia
sono armi le parole
che tu non mi puoi rubare
sono armi queste mani
che non puoi perquisire
sono gesti che io scelgo
per il tuo e mio avvenire
ed io scelgo di cambiare
dare avere mai arruffare
ma tu ancora mi stupisci
perché non credi e contro grugnisci
tu ancora mi censuri
e dici agli altri è per esser sicuri
ma infondo cosa voglio
solo uscire dal recinto
dove egoismo e indifferenza
mi han segretamente spinto.
Poesia
Fame di sogni:
Mettiti in bocca quel cerino.
sputa fuoco sul mio viso.
fumo ceneri e bruciore.
desiderio di meschino dolore.
che concentri il mio capo
su altre parole
e il mio viso
su altre persone.
bisogno costante
di egocentrica attenzione.
di fiamme che levino
al mio volto il pallore.
candore di aspra
solitudine molesta.
di abitudine vestita a festa.
dammi il rossore
di umana violenza.
che brucino i lacci
della mia appartenenza.
si screpolino le labbra
desiderose di sorelle lontane.
e appassiscano le rose
del mio corpo venale.
continuo in spasmodiche movenze.
smuovo ricordi di dolenti carenze.
mastico i miei giorni
sfamandomi di sogni.
una poltiglia inodore
di cui fasulla
addolcisco il sapore.
per prolungare dell'incoscienza
la corda.
e allargare per la mia cecità
il buio della stanza.
mentre cerco impaurita
invisibile via d'uscita.
Poesia
L'eterna caduta:
Nemmeno le nuvole saranno terreno abbastanza soffice
per i nostri piedi ansiosi di vorticare nell'infinito
e non chiedermi di non abbracciarti
nello sforzo estremo di possederti in quest’attimo senza fondo
e a chiunque ti voglia immobilizzare in un vaso che rompa le ingiurie del tempo
grido che non potrà mai rendere i tuoi capelli che nel volare baciano ogni parte del mondo
l'unica cosa che rimpiango è il rumore dei tuoi piedi scalzi
mentre ti avvicini alle mie spalle di amore sussurranti
ma meglio un rimpianto che i mille del vento
che accarezza ogni tua parte del corpo
Amami perciò in questo tremendo cadere senza fine
amami così nell'eterna attesa di sfiorare il sublime
e raccogli il ricordo di qualcosa che sarà di nuovo
perché non c'è minuto che passi senza correre poi avanti da solo
perdonami infine se a un tratto a testa in giù cercherò di arrivare
ma è solo la realtà che bussa alla mia porta e cerca ancora di entrare.
[
L’eterno sopruso
Fingendo orizzonti
E' il canto del cuore di giaciglio alle 14:59
http://www.noubs.it/public/noubs/index.php?mod=comment&id=1258542042
Inizia con le due giovani Flavia (foto a sinistra) e Alessia (foto a destra) il progetto "Antologia dell'anno". Leggete le loro opere, esprimete con un commento la preferenza e, se volete, inserite una breve e rispettosa nota critica (positiva o negativa che sia). E poi... in bocca al lupo!
L'autore che nel suo scontro diretto avrà ottenuto più preferenze entrerà a far parte dell'antologia dell'anno. Per l'autore non vincitore possibilità di essere ripescato unicamente per meriti e interesse suscitato.
Sono previsti invii omaggio di titoli Noubs agli utenti più attivi e attenti.
NB per autori e votanti: ricordiamo che è un divertimento unito al piacere di scrivere e di leggere. Buona partecipazione!
E' il canto del cuore di giaciglio alle 14:04

Il posto delle fragole
(titolo originale Smultronstället)

E’ un film diretto da Ingmar Bergman nel 1957. Ha vinto numerosi premi tra i quali: Gran premio "Orso d'oro" per il miglior film dell'anno al festival Internazionale cinematogradico di Berlino del 1958; premio della critica cinematografica al Festival di venezia 1958, al regista Ingmar Bergman.
Il professore Isaac Borg, batteriologo di fama, deve recarsi da Stoccolma a Lund, dove sara’ festeggiato il suo giubileo professionale. Ha 78 anni e si sente molto solo, vive, bisticciando spesso, con la fedele governante, Agda. Ha ancora la madre 96enne che sta per suo conto, ha un figlio medico anche lui, sposato ma senza figli; si autodefinisce cocciuto e pedante.
"I nostri rapporti con il prossimo si limitano per la maggior parte
al pettegolezzo e ad una sterile critica del suo comportamento.
Questa costatazione mi ha lentamente portato a isolarmi dalla
così detta vita sociale e mondana. Le mie giornate trascorrono in
solitudine e senza troppe emozioni.”
E' così che inizia questo capolavoro cinematografico, un uomo anziano chino sulla scrivania del suo studio sembra scrivere le sue memorie. Quelle che sembrano le memorie di una vita, sono in realtà le memorie di un sol giorno. Isaac decide di mettere per iscritto i tre protagonisti di quella che oserei definire una giornata particolare: sogni, incubi e ricordi.
" mi decisi di metterli per iscritto così come
si erano verificati. In quel confuso
imbrigliato susseguirsi di eventi tanto strani e assurdi
mi era sembrato scoprire un movente ben determinato"
Il racconto inizia quindi con un sogno che palesa ai nostri occhi la paura dell’inquilina prossima di un corpo abbandonato dalle fragole della gioventù. Isaac si perde per le strade della città. Lo smarrimento dovuto alla mancanza di punti di riferimento, alle troppe interrogazioni che la risposta aspettavano dal tempo. Il tempo è giunto, ora non ha più senso, il domani è così fragile che non ci si può appoggiare. Isaac vede orologi senza alcuna lancetta. Il tempo non si è portato dietro le risposte. L’uomo è solo davanti l’incognita ingigantita dall’inesorabile prossimità. Il nostro protagonista vede un uomo girato di spalle, provvisto di cappotto e cappello. Prova a toccarlo, lo gira, è un fantoccio, un manichino che si sgretola poi al suolo seminando un liquido lungo la strada. Le campane suonano a lutto. Passa una carrozza funebre che urta contro un lampione. L'urto incrina la carrozza e fa cadere la bara che si rovescia proprio davanti gli occhi dell'incredulo anziano. Una mano lo afferra, l'uomo nella bara è lui.

Il sogno si spezza al risveglio. Isaac decide di andare in macchina e non più in aereo. Comunica la sua decisione ad Agda, la quale non è molto d’accordo. Meravigliosi i battibecchi tra Isaac e la governante. I due si comportano come due vecchi sposi, che conoscono pregi e difetti dell’altro alla perfezione e proprio per questo sanno dove colpire. Buffo è che si rivolgono all’altro con fare reverenziale, educatamente si insultano e bisticciano.
Isaac: "Giubileo professionale, dottore ad honorem, dovrebbero nominarmi
idiota ad honorem, invece..."
La nuora di Isaac, Marianne, decide di tornare a casa dal marito e quindi accompagna Isaac nel suo viaggio in macchina.
Isaac: "E' un vizio da uomini..."
Marianne: "E quali vizi sono concessi alle donne?"
Isaac: "piangere, partorire e far pettegolezzi"
Marianne svela a Isaac cosa pensa di lui:
“Lei non è altro che un vecchio egoista,non ha riguardo
per nessuno e in vita sua non ha ascoltato
altri che se stesso. Si cela dietro una maschera,
un paravento di bonarietà e di modi molto raffinati ma
è solo un perfetto egoista anche se tutti la definiscono
l'amico dell'umanità. Noi che la conosciamo da vicino
sappiamo chi è e non ci puo' ingannare."
E’ importante questa “confessione” per comprende quali siano i tormenti che affliggono il nostro protagonista. Quando Marianne gli rivolge queste parole ci troveremo improvvisamente sconvolti, scontenti di un simile verdetto. Isaac ci si presenterà allora come un uomo dal volto doppio. Almeno questo è stato l’effetto che ha sortito in me. Il punto è che non ci si aspetta di un uomo apparentemente buono che possa essere in verità un’egoista. La grandezza di questo film è nel mostrare la coscienza umana al punto da farci affezionare alle imperfezioni del protagonista, farci sentire la sua nostalgia, la sua solitudine, tutto riverbera come se stessimo noi stessi vivendo dietro quegli occhi. Gli “altri” sembrano guardare Isaac e vedere un uomo freddo, glaciale, insensibile (come dirà la moglie defunta). Noi, invece, vediamo un uomo anziano che dei suoi difetti ormai puo’ correggere poco, direi niente, lo vediamo alle prese con la somma della sua vita, tirare un totale alquanto amaro e ci impietosisce. In verità potremmo essere noi.
Ad un certo punto del viaggio Isaac decide di deviare il cammino per tornare a far visita ad un luogo di infanzia: il posto delle fragole.
"Io non so ben spiegare come avvenne ma la realtà di quel
giorno si dissolse lasciando lentamente il posto alle
immagini ancora vivide della memoria a piccoli episodi
che mi apparivano con tutta la forza di una cosa vissuta"
Il ricordo si impossessa di Isaac, a tinte vivide il paesaggio torna all’idillio dei suoi vent’anni. Vede Sara, il suo primo amore, al posto delle fragole. Vede Sara baciare Sigfrid, la vede in preda al panico, sconvolta da dissidi interiori. Sara descrive la sua relazione con Isaac. A questo punto ci accorgiamo di come tutti vedono Isaac. Lui perdona, lui capirebbe, lui suona il piano a 4 mani con lei, lui la farebbe calmare, magari le scalderebbe una tisana se lei gli dicesse di aver baciato il fratello Sigfrid. Tutta questa calma, questa comprensione, appaiono come presunzione, come attestata superiorità, infastidiscono. Tutti lo abbandonano, lo lasciano solo o tradiscono. La moglie, persino la moglie, lo tradirà. La scena del bosco è stupenda. Isaac assiste al tradimento della moglie, assiste a quella passione, a quell’infantile spossatezza che lui non sa possedere.
"Un senso di vuoto e di tristezza mi aveva assalito quasi
con violenza..."

Prima di proseguire il viaggio incontrano tre giovani: una ragazza, di nome Sara, e due ragazzi, Victor e Anders. I tre si uniscono a loro per un passaggio. La ragazza è sfrontata, schietta, una giovane donna sempre allegra che si affeziona immediatamente a Isaac, tanto da chiamarlo Papà Isaac. I due giovani invece sono l’uno l’opposto dell’altro: Victor votato alla scienza, Anders alla teologia.
Victor:"Come fa un uomo moderno a perdersi dietro la teologia? E lui non è
del tutto stupido..." con ironia.
Anders: "Il tuo razionalismo non è altro che insoddisfazione, perché
infondo non sei del tutto idiota"
Victor: "Io dico che l'uomo moderno è consapevole della sua
inutilità e crede solo in se stesso e nella morte biologica
tutto il resto è zero"
Anders: "per me l'uomo moderno esiste solo nella sua fantasia
l'uomo guarda la morte con angoscia e non si adatta
all'inutilità"
Victor: "comunque sia la religione è come l'oppio per i malati, se è questo
che desideri... senti qua, da piccolo credevi in Babbo natale e adesso in Dio!”
Anders: "E tu anche da piccolo non ha avuto mai un briciolo di fantasia"
I due litigano sull’esistenza di Dio, alla fine del pranzo chiedono a Isaac il suo parere. Isaac inizialmente si astiene, poi recita, all’unisono con Marianne, queste parole:
“Dov’è l’amico che il mio cuore ansioso
ricerca ovunque senza avere mai riposo
Finito il dì ancor non l’ho trovato
e resto sconsolato
La Sua presenza è indubbia ed io la sento
in ogni fiore e in ogni spiga al vento
L’aria che io respiro e dà vigore
del Suo Amore è piena.
Nel vento dell’estate
la Sua voce intendo”
Isaac è l’uomo di scienza e di fede al tempo stesso. Si potrebbe dire a metà strada tra Victor e Anders. Altri due personaggi rimarcano questa differenza tra fede e non fede e sono un marito e la moglie. Anche loro si uniranno per breve tratto al viaggio in macchina, in seguito ad un incidente.
"Lei ha il suo isterismo, io la mia religione. Come vede la
nostra vita è legata a filo doppio."
Ancora una volta i sogni invadono Isaac:
"Mi addormentai ma il sonno era di continuo turbato
da un susseguirsi di visioni
ossessive e umilianti che rispecchiavano una realtà
molto avvilente, erano sogni spietati che mi sconvolgevano
per la loro crudezza e
che si scolpivano nella mia coscienza
con un senso doloroso di feroce e implacabile determinazione"

Isaac vede Sara al posto delle fragole. Sara ha uno specchio in mano e dice a Isaac di specchiarsi.
Sara: "per noi l'amore è un gioco e insieme ci divertiamo, guarda la tua
faccia, prova a sorridere..."
Isaac prova a sorridere. E’ la scena più dolce e spietata che si possa vedere. Un vecchio uomo prova a sorridere, è buffo e al tempo stesso così triste. Sa di averla persa per sempre, che non tornerà. Ha 6 figli adesso. Lui invece ha un figlio che pare lo odi, sebbene rispetti, buffo no?
L’ha persa per questo, per lo stesso motivo per il quale la moglie lo ha tradito e accusato che era tutta colpa sua. Lui è freddo, lui è insensibile.
Isaac"Fa così male..."
"Come professore dovresti sapere individuare le cause del dolore,
ma non ci riesci perché sebbene tu conosca tante cose in realtà
non sai niente"
Un uomo gli parla, come fosse la sua coscienza. Questo è un vero e proprio viaggio nella psiche dell’uomo.
Isaac guarda Sara e Sigfrid da fuori la finestra. Sara suona il pianoforte, Sigfrid la bacia.
I due si siedono a tavola e consumano la vita quotidiana. Isaac è solo dietro la finestra ad osservare le sue inappetenze, a contemplare quello che non ha saputo fare né dare. Entra in una casa, poi in una stanza che si rivela un’aula universitaria. Ecco l’esame della coscienza. Un uomo lo mette in ridicolo con domande alle quali non riesce più a rispondere. C’è una frase sulla lavagna, è incomprensibile. Qual è il primo dovere del medico, gli chiedono. Isaac ammutolisce. D’improvviso non ricorda. E’ di chiedere perdono, gli dicono.
Professore:“Lei è reo di una colpa… sono costretto ad annotare che non ha compreso l’accusa”
Isaac: “E’ un aggravante?”
Professore: “Purtroppo per lei sì”
Il verdetto dice che Isaac è un incompetente e non solo, ha commesso anche altri errori: indifferenza, egoismo, incomprensione, accuse formulate dalla moglie. La punizione è la solitudine.
Quando si sveglia Isaac intraprende una conversazione con Marianne.
"è come se volessi dire a me stesso qualcosa che non voglio
ascoltare da sveglio..."
"cosa sarebbe?"
"che sono morto pur essendo vivo..."
"Evald un giorno disse la stessa cosa..."
Marianna spiega ad Isaac il motivo per il quale si era allontanata da casa e dal marito. E’ incinta, il figlio di Isaac però non vuole bambini. Marianne racconta una conversazione avvenuta tra lei e il marito prima di andarsene di casa.
Evald: "Lo sai che io non voglio bambini, perciò sai che dovrai
scegliere tra me e lui...la vita è una cosa assurda ed è
bestiale mettere al mondo dei figli con la sciocca speranza che
possano vivere meglio di noi.
Io stesso fui un figlio indesiderato di un matrimonio che
era la copia dell'inferno, figlio di chissà quale padre.”
Marianna: “sei un vigliacco”
Evald: “sì, ne convengo quando penso alla vita ho un senso di nausea
e non voglio responsabilità che mi leghino ad essa più di quanto
lo sia già, parlo sul serio, e non si tratta di una forma
di isterismo come forse hai sempre creduto...”
Marianne: “quello che dici è male”
Evald: “il bene o il male non esistono ma solo le necessità
e si vive secondo le proprie esigenze”
Marianne: “e quali sarebbero?”
Evald: “tu hai un dannato bisogno di sentirti viva, di vivere, di
esistere in pieno e di creare la vita”
Marianne: “e tu invece?”
Evald: “io vorrei essere morto, completamente morto.”
Questo dialogo riesce ad essere un validissimo spaccato sulla situazione esistenziale dell’uomo. C’è chi vive la vita sentendosi già morto.
“La morte di cui parlo, invece, riguarda l’uomo così come adesso è, è una morte che ha un dopo fatto di umanità, è una morte non morte dell’uomo di oggi, è una morte che nega un dopo a quella seconda morte. Ho paura di questa morte. Ho paura che esista davvero… Vi dicono “A cosa credete?" "Non vedete forse che Dio non c’è?” Lo avete cercato nei cassetti, tra le lenzuola e insane abitudini senza trovarlo. Vi abbandonate alla sapienza perché credete che sia necessario sapere solo ciò che possiamo esperire. Quella intanto vi toglie ogni vita, ogni significato, ogni valore. Perché come per Dio, dove potete mai giustificare ogni etica, ogni morale? “Non c’è, non c’è” vi gridano e intanto non vedete come ogni vostro gesto perde di significato, come va smarrendosi il filo conduttore della vostra vita, così che ogni gesto vale l’altro, e l’altro quello. E se tutto finisce a cosa serve amare direte voi? Forse lascerete un uomo in più sulla terra per proseguire la vostra stirpe? O sarete davvero morti fino infondo per dire che non è giusto mettere al mondo un uomo nuovo che non abbia altro di fronte a se che la morte? Vedete dove v’incamminate? Come potete amare davvero se non ha senso nemmeno quell’amore? Siete morti ahimè! Morti in tutto. Siete piccoli parassiti di una vita che non avete voluto, saputo vivere, di un dono che non avete saputo accettare, di un dono che avete scambiato per odio e rancore.”
L’uomo contemporaneo sa essere questo parassita, uno spettro perso nelle strade della sua città, come sa invece voltarsi, gridare e fuggire da quella morte.
“e io non posso, non voglio morire
amo la vita, quest’erba e l’aria”,
gli uomini sono un’avventura
straordinaria.
Giungono tutti alla meta. La cerimonia si compie e durante questa Isaac si rende conto di dover scrivere quanto ha vissuto quel giorno. Alla fine della giornata Isaac si corica sul letto. Marianne ed Evald sembrano voler almeno tentare di risolvere i loro problemi. Pare che l’amore sia la risposta. Marianne si cala sul letto di Isaac, lo bacia e dice di volergli bene. Isaac non riuscirà a dire al figlio tutto quanto avrebbe voluto ma si addormenta comunque più sereno e sogna: sogna il posto delle fragole, sogna Sara che gli dice di cercare il padre, “le fragole ormai sono finite”. Lui cerca e trova il padre e la madre lungo le sponde del lago, ovvero trova se stesso.
1:26:37 di Capolavoro.

E' il canto del cuore di giaciglio alle 14:16
La consistenza delle parole è nel loro essere finito e infinito al tempo stesso. Possono vibrarsi nell'aria, colorarsi delle tinte del volto che le pronuncia, per poi perdersi di nuovo. Possono essere ciò che significano e non esserlo. Libere sono, di esserlo e di non esserlo, perciò libere davvero. La pura libertà è nel respiro di chi pronuncia parole.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 14:22
Forse il vero problema di un rapporto è che agiamo come ci fosse un termine, un inizio, una fine, insomma una durata. Un tratto smettiamo di agire, la scritta fine può comparire sul forno microonde piuttosto che dopo un film. Non ricordiamo nemmeno d’ aver fatto qualcosa, magari un rossetto, chissà forse solo delle calze. I nostri amori sono come palazzi privi di manutenzione, pellicole usurate. Ci infuriamo per conseguenze prodotte dalle nostre non-azioni. Diciamo all’altro: “prima non eri così”. Diciamo a noi stessi: “prima non era così”. Quello che non diciamo è che prima facevamo qualcosa affinché non fosse così. Saremmo capaci di riempire tutto il nostro tempo con un centinaio di film di qualche ora, qualche mese, magari qualche anno, per i più caparbi. Agiamo continuamente pensando che esiste un traguardo, un lieto fine. Dimentichiamo di avere la mosca tra le mani, così allentiamo il pugno. Pochi amori riescono a giungere al vero traguardo, a denti stretti, ricordando le proprie imperfezioni.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 18:21
Vederlo lì esangue, inginocchiato ai miei piedi, aveva quasi mosso in me un senso di pietà, un qualche buonismo sotterrato e nascosto dai pugni che mi aveva sferrato e i lividi di un ormai inutile pudore. Era riuscito a farmi dischiudere per un istante solo il pugno, alleggerito dall'idea di un mio simile supplicante pietà. Proprio l'idea di questo suo quasi riuscito tentativo dischiuse in me tutta la rabbia. No, non era un mio simile, era un terribile schifoso individuo e andava pestato a sangue fino a perdere la coscienza di ogni differenza tra il suo e il mio. Lo afferrai per il collo, il corpo urtò fragorosamente alle mura del vicolo, luogo da lui stesso scelto, inconsapevole che sarebbe stato il cenacolo di un carnefice che diventa vittima. Aveva le palpebre gonfie e livide, la pupilla del suo occhio semichiuso luccicava. Il neon dell'uscita di sicurezza infastidiva la sola striscia bianca rimasta in una costellazione di venature rosse. I capelli grondavano anni di immature perverse occupazioni. Mi accorsi di quanto un uomo possa essere vile nel pianto antecedente alla morte. Sussurrava, gemeva, muoveva in maniera inconsueta e disarticolata le gambe e le braccia, sembrava una lucertola impazzita alla ricerca di una coda spezzata. Infondo così lo vedevo, come un animale, un essere da circo, così lontano dalla perfettibilità da essere degno persino del mio gesto più atroce. Raccolsi qualche coccio di vetro, sparso qua e là da qualche ubriaco nell'istante esatto in cui crolla la ragione, insidiata da ambigue spirali. Avevo tra le mani una vita, eppure mi sentivo come quel bambino che getta consapevole fiamme sugli insetti. Quasi ridevo mentre gli squarciavo la gola.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 01:56
“La durata ha un prezzo irraggiungibile. Si direbbe che la specializzazione prolungata ripugni al nostro sistema mentre ci richiama energicamente allo stato di libera disponibilità.”
Paul Valéry
Qual è dunque la ragione per la quale ci affanniamo in incontri prolungati, i fatidici sempre e mai dai quali non riusciamo a dileguarci? Se tutto l’organismo ci urla la nostra disponibilità, il nostro essere per accogliere, viverne e far marcire, perché dividiamo la nostra biancheria nei cassetti? Perché ci ricordiamo i baci quotidiani della buona notte ossessivamente presente?
A volte non so spiegarmi da dove viene tutto questo desiderio di infinito. Se l’uomo non fa altro che scappare da uno sguardo all’altro, se l’uomo non riesce a tenere fermo nemmeno se stesso, programmati fisiologicamente a cambiare ogni istante, perché ci affatichiamo in questa devozione all’Eterno, all’immutabile, chiamando tutto questo “Amore”?
Amore, che si possa davvero provare? Che esista davvero qualcosa da chiamare Amore come questo tavolino rosa che ho davanti esiste a dispetto del suo nome? C’è forse qualcuno che vi rinuncerebbe? Sono tormentata dalla possibilità che tutto questo non esista e, se ne sento la certezza per un istante, l’altro mi spavento per quanto possa illudermi e vaneggiare. Un bambino potrebbe chiedermi come dormono i pesci, se dormono, ed io risponderei, ma se mi chiedesse cos’è l’amore dovrei mentire. Ad un adulto forse in momenti di lucida tristezza direi: “Non può esistere niente che sia eterno”. Forse un interlocutore immaginario mi risponderebbe: “Allora l’amore non è eterno! E’ clamore dell’istante”. Magari ci arriverebbe con una certa qual enfasi, attribuendosi questa scoperta. Mi suonerebbe strano poi. Ho sempre associato l’amore a cose come famiglia, futuro insieme, le promesse nuziali, i sempre e i mai prima chiamati in causa. Penserei contro la mia stessa ipotesi che un sincero affetto non può avere fine. In seguito ritornerei a credermi illusa, magari sono proprio gli affetti sinceri a non esistere. Crollerei. Ho una sola certezza: non esiste niente di stabile, niente che non vari di continuo. Se io stessa vario, come potrebbe amarmi un uomo, quante me stessa dovrebbe amare? Quante rughe sopportare, quanti incurvamenti sostenere? forse un giorno troverò un uomo sul mio divano e mi chiederò disperatamente dell’esistenza di quell’estraneo. E’ estraneo chi muta costantemente ai tuoi occhi, davanti ai tuoi occhi? Siamo quindi estranei persino a noi stessi? Possiamo amarci noi, così vulnerabili, noi così incerti nel divenire? Camaleontiche esistenza, non possiamo trattenere alcun colore, a meno che … ed ecco il mio pensiero! A meno che non si amino le variazioni, non si amino i mutamenti, i colori, le rughe …
Forse che tutto questo circo dell’uomo, questa festa in maschera non sia altro che il motivo per dare materia ad una forma? Se il tempo è il nostro spazio e siamo esseri mutevoli, l’unico amore che può esistere è un amore mutevole, che abbracci l’infinita mutevolezza e difformità dell’oggetto che ama e che proprio grazie a questa potenzialità “infinita” possa amare.
Amami perciò in questo infinito mutare in cui io mi perdo in quanto io,
solo per riacquistare la mia identità come oggetto del tuo amore
e come soggetto del mio.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 19:21
“Lo sai, mettersi ad amare qualcuno, è un’impresa. Bisogna avere un'energia, una generosità, un accecamento... C’è perfino un momento, al principio, in cui bisogna saltare un precipizio: se si riflette non lo si fa. Io so che non salterò mai più.”
Jean-Paul Sartre
Ora so perché ho sempre amato quei volti giovanili, quei sorrisi certi, privi di paradosso. C’è una sottile strana velatura sugli occhi di chi esperisce la maturità. Sono uomini fatti di espressioni contorte e ineffabili movenze, a volte si è stanchi di decifrare. Vorrei solo lasciarmi andare a qualcosa. L’Anny di Sartre parla di situazioni privilegiate e momenti perfetti, di come col tempo ci si accorge che non possono sussistere, che tutti i tentativi di rincorrere la perfezione si sono persi in un accumulo di mal riuscite esperienze. Una volta compresa l’inesistenza dei sentimenti, a fronte della sola esistenza di un te che immagina come dovrebbero essere, cadi in quella stoica freddezza, nell’indifferente sguardo che tutto accomuna. Così tutto si riempie di quell’esistenza pullulante e incolore. Tutto è odio, amore e nessuna delle due cose. Non spicca niente: ti colpisce la busta violacea, che ricopre il cestino in vimini della tua stanza, allo stesso modo che uno sguardo. Il cammino verso il niente è costellato di iniezioni di sfiducia e contingenza. Questo vale quello e quello vale l’altro, in un assente discernimento che annienta la scelta. Forse che tutto questo sia solo preparazione? Educati come siamo all’impassibilità, negli anni sperimentiamo l’inutilità di propensioni e sforzi. Forse per anestetizzare il terrore del niente. Tutto l’esistente è privo però di assolutezza e necessità, così io sono stanca, eppure dentro di me qualcosa si muove, arde, desidera volere. Qualcosa resiste, si ribella, scuote la testa alla vista di altri occhi vitrei e sonnolenti. Ho bisogno di vedere la vita agli inizi, quando ancora non è drogata di disillusioni. Qualcosa in me rimpiange, e al contempo cerca il perduto, in chi ancora non ha intimidito la volontà. Datemi un cuore senza imbarazzo, perché se mi specchiassi in altra nausea potrei non avere più la forza di nessun salto.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 18:02
Non c’è niente che mi attragga: non mi attrae questo libro, non mi attrae il frigorifero, non mi attrae la tv. Non riesco più nemmeno a trovare una musica che passi nella mia testa, qui dietro i miei occhi, e si fermi, si prenda tutto il mio tempo, tutte queste ore inutili che mi separano dal sonno. L’unica cosa che mi riesce facile è piangere, mi sento così vile da farmi schifo. Allora smetto, mi dico, smetto, però il nulla avanza, sembra muoversi tutto in questa stanza, correre veloce, pararsi davanti i miei occhi infantili. Sì lo so, lo so che sono io, è colpa mia se un tratto siete così vani, se un tratto siete così indesiderabili. Voi ce la mettete tutta, vi affannate per piacermi, ma neppure la nota più sublime, il gusto più dolce, l’immagine più evocativa riesce a rapirmi. Sono confinata in questo spazio d’attesa, in questa carcere a scontare gli anni della mia giovane solitudine. Il bello è che lo so, lo so che non arriverà niente, che non arriverà nessuno ed è questo che rende tutto così insopportabile. La certezza di essere impossibilitata, di non poter fare nient’altro che questo, mi inchioda qui, tra i se a cui ho sparato, l’unico sempre che può accompagnare il mio silenzio e il solo mai che conosco: Adesso so che non esisterà mai nessun sempre per noi, se mai ci fosse stato.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 21:07
Ogni tanto ci vuole qualche intervento stupido... :D
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E' strano a dirsi. Tutti noi pensiamo che la felicità sia qualcosa di irraggiungibile, che l'attimo che credi di poterla possedere lei ti sfugge dalle mani come una bambina capricciosa. Forse è per questo che la felicità è un nome di donna.
Eppure
io l'ho provata la felicità
in degli attimi l'ho provata
La felicità era lì, pullulava nel mio corpo mentre lui mi abbracciava ed io non volevo essere in nessun altro posto, non volevo provare nient'altro che il calore delle sue braccia attorno al mio corpo.
La felicità però mi è scivolata dalle mani, si è persa nelle sue mani che cercavano altri corpi da circuire.
Io non so se si possa dire felicità un momento solo, o pochi istanti, in una vita.
So però che non ho nessun altro nome da dare a quella sensazione, che mi pare si possa chiamare così, si, che si possa dire felice.
Dopo la felicità
quando sai di averla persa
si apre un vuoto così grande che puoi colmarlo solo dal ricordo di quella felicità e dalla speranza che ci siano ancora attimi come quelli.
Forse la felicità sa prolungarsi sul tempo e vivere anche nella sua mancanza, La felicità è la sola cosa essente che esiste però anche nell'assenza.
Esiste quando gettando lo sguardo
a quel letto, a quelle carezze, a quegli sguardi di sincera armonia, senti il riso che germoglia sulle tue labbra e allora sai che sei felice, anche solo del fatto di esserlo stato.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 15:31
Evoca una nota e tu sei lì che l’aspetti ma l’attimo dopo sai che non arriverà. Sopraggiunge una nuova tristezza, scomposta e barcollante. Lui chiama le note all’esistenza, crea loro spazi vibranti di suoni coetanei ma antenati. Accarezza il capo dell’uomo, sconvolge il corpo di una donna. Le pause ansimano, le ripetizioni sussultano. Lui chiama all’esistenza il nulla, lo accoglie e lo bacia sulla fronte dolcemente. Il nulla risponde fiacco, gli occhi mesti di chi è in ogni suono e in nessuno.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 15:26
Beethoven piano sonata n17 in D sturm
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La musica a volte sa prendere la tua angoscia, tirarla fuori dallo stomaco, renderla visibile lì davanti ai tuoi occhi muti. Grigi pallori che si confondono in braccia sinuose e gambe snelle danzanti. Ricci che colano lenti e disperati al suolo, gomitoli di polvere, perversioni nascoste cumulate negli angoli. Ecco che risalgono lungo le pareti, ragnatele, fiori stilizzati sui parati ingialliti, scollati. Ci vuole coraggio ad affrontare tutta questa angoscia dipinta, un tempo sepolta dietro i tuoi occhi.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 12:46
Tutto questo non amore mi uccide
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Tutto questo non amore mi assale, mi stringe la gola. Tutte le cose attorno a me vibrano di assenza. Questo marmo che ricopre le scale mi urla che posso sudare quanto voglio ma sarò sempre come lui, fredda, immobile. Persino questo bicchiere vuoto mi parla, riflette l’angoscia del nulla disegnata sul mio volto pallido. Tutto ansima, questa lampada gronda ferro e mestizia, questo libro uccide tutte le parole che non mostra. Io mi perdo in tutto, ogni cosa mi colpisce, mi grida, mi soffoca con tutto questo non amore. Entro in questo schermo, nelle mie stupide collane che nessuno accarezza con dita inanellate. Smettetela di ricordarmi che non amo, solo questo, smettetela vi prego. A nulla vale scegliere la solitudine se persino le cose sanno vestirsi di socialità e stamparti in faccia un amore che tu non hai. Anche se tutto questo spazio fosse vuoto, bianco, nullo, anche allora questo saprebbe ricordarmi che non ho nessun volto per riempire il vuoto.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 00:10
Così ti ho stretta, mi sono curvato per raccoglierti e ti ho alzata nel cielo. Ti sei vista volare, volteggiare tra fila di pensieri infantili e primaverili sembianze del giorno. Ho costruito il mio amore per te nell’istante di un tuo ingenuo sorriso, ma non è fragile questo amore. Non sei costruzione affrettata che vacilla e fragorosa rovina sotto i colpi dell’assenza. Esistono occhi che ti guardano un’ultima volta, con i pugni piccoli chiusi e rivolti verso terra, con i capelli che si muovono al passo delle tue rosee gambe che mi corrono incontro. Tu non sei l’egocentrico pasto di chi deve saziarsi di azioni buone, non curarti di quello che ti diranno, i miei erano abbracci sinceri. Più di tutto io amo questo tuo amore, incondizionato e sincero, che fa dei miei giorni somma di costante desiderio di braccia che come le tue feriscano il mio cuore di mortale felicità. Un uomo chiama ipocrisia l'altruismo perché crede che quello che lui non prova non possa esser provato da altri.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 17:00
Se non sentissi questa salsedine che solletica le mie narici e queste acque invisibili carezzarmi le braccia operaie, forse, non direi mare questo mare, forse, direi oblio tutto questo buio sterminato dove l’occhio si perde. Canto questo amore che non è fatto di case, né di abitudini, canto sulla musica delle onde che logorano gli scogli. Ho remato di una meta sconosciuta, nel buio pesto, col freddo che ricopre il corpo, ho affondato i remi nell’inconsistenza eterna del mare, che più di tutte le cose può rappresentare la vita, sempre varia e sempre resta. Adesso abbasso le palpebre emulando la scomparsa di quell’orizzonte, perché è la sua assenza la vera meta che rende coraggioso il viaggio.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 19:35
La proprietà non privata del linguaggio
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Nessuno di noi è il creatore assoluto di questo spazio comune che è il linguaggio. Se pensiamo ad un uomo solo sulla terra, ad una sola casa e un recinto che la divide dal resto, allora stiamo pensando la proprietà privata del linguaggio: inutile, destituente. La parola ha un senso solo nell’atto del suo vestirsi di simboli e farsi comunicazione. L’ansia tirannica di possedere si ferma all’impossibile possesso in esclusiva delle parole. Potete incarcerare gli uomini, potete torturare i loro corpi, potete usufruire dei loro gesti, della loro stessa vita, ma provate a incarcerare una parola! Le parole sono come delle prostitute che passano sulla bocca di ognuno: tutti possono usare di loro, nessuno può averle solo per sé. Chi pensa l’impossibilità di un comunismo dovrebbe guardare l’essenza stessa dell’uomo, il suo essere uomo attraverso il linguaggio. L’uomo è tale solo attraverso e mediante l’uso del linguaggio. Il linguaggio però non è del singolo uomo, è dimora di tutti, è proprietà universale. E se noi siamo uomini in quanto siamo esseri parlanti allora sembra quasi che le fondamenta dell’umanità non siano così egoistiche come ci hanno abituati a credere. Siamo gettati nella vita biologicamente programmati alla parola, dotati di un imprescindibile dote comune. L’uomo ha conquistato tutto nella vita: castelli, armi, potere e svariate ricchezze. C’è però un dono, un regalo il cui destinatario è tutta l’umanità, e questo dono è l’inequivocabile segnale dell’ineliminabile condivisione per la quale è stata creata e verso la quale deve tendere perciò la natura umana.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 11:52
Verranno a chiederti del nostro amore... tu bevici sopra
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“Non sono riuscito a cambiarti, non mi hai cambiato lo sai”
Le mie labbra profumano di brandy e sogni killer. Sento le vene gonfiarsi e la bocca bruciare
“Tu regalagli un trucco che con me non usavi, e loro si stupiranno che non mi bastavi”
Perché vorrei sentirti mio per sempre, eppur vomito ogni sempre e bevo alla faccia di tutti i vorrei.
“Sono riusciti a cambiarci, ci son riusciti lo sai”
Vorrei scalare le mura con la stessa facilità di Romeo e andar incontro a questa morte certa con l’amore negli occhi e un tuo sorriso a guidarmi.
Le parti scritte in corsivo sono del testo “Verranno a chiederti del nostro amore” di F. De Andrè
E' il canto del cuore di giaciglio alle 23:57
“E’ uno strano dolore morire di nostalgia per qualcosa che non accadrà mai” Baricco
Vedi, sono ancora qui. Il naso mi pizzica di lacrime prossime e sono ferma. Una farfalla che si poggia sul vento fragile. Questa mano che vorrebbe prendere, questo cuore che vorrebbe amare, persino la mente non fa la sua parte. Continua quest’inazione, attorno tutti corrono, tutti fuggono e innescano bombe. Io? Io sono ferma, una donna che guarda la sua mano non fare niente e il cuore che non ama nessuno. La mente, quella piccola balorda, festeggia il dolce far nulla. Allora da dove viene tutta questa nostalgia, da dove viene questo dolore per qualcosa che non è stato e che è difficile che sia.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 23:16
E’ così dolce l’ora del ritorno. Lo sporco dei finestrini fotografa il paesaggio. E’ strano guardare il presente come fosse una pellicola sbiadita del passato. Non vorrei ricordare ma il ritorno in questa sera si tinge di un colore roseo, una pennellata dietro le case trafitte dal sole che lentamente muore. Non vorrei ricordare che sono stata libera schiava degli ordini a cui vi sottoponevo. Ma queste campagne strisciate di grano mi riportano all’ambra dei tuoi occhi persi tra milioni di altri. Il mio braccio teso si è alzato, la camicia è rientrata di qualche centimetro nella divisa. Cosa darei per non dover mai pensare che sono stata lì. I tuoi occhi inermi come ultima secca dell’umanità. Le tue guance scavate nell’odio dell’altro che dovrebbe amarti. Eri più ferma di me, non c’erano nemmeno i tuoi capelli neri a volare. Solo la tua mente viaggiava a chissà quale corsa incontro a quale amore. Le ginocchia si piegarono verso l’interno, cadesti. Lì tra pietre aguzze e polvere, cadesti. Avrei dovuto alzarti, prenderti tra le braccia, almeno solo quella volta. Ti urlai di alzarti. Forse le pietre non sono più aguzze di me. Forse è meglio cadere su di loro, rompersi le ginocchia e sanguinare, piuttosto che cadere tra le mie di braccia. Potessi strozzarmi con i fili dell’elettricità che scorrono via, invece ricordo. Ricordo quand’ero bambina e giocando alla corda cadetti. Il primo sangue non si dimentica. Le grida di mia madre. Il mio dito si tingeva di rosso e non era colpa delle ciliegie. Come fosse panna sulla torta, portai il dito alle labbra. Adesso che le mie mani sono così pulite le tengo chiuse sul bracciale del mio posto treno. Ho paura che vedano tutto quel sangue invisibile, ho paura di indicare qualsiasi cosa adesso. Un re Mida della morte, ecco cosa sono. Non cerco giustificazioni a quello che ho fatto, la cosa più terribile è che non ce ne sono. Posso solo dirvi che entrati nei campi il mondo non esiste più, il mondo intero muore, e la morte non ha più senso. I valori si sovvertono, ci siete solo voi e gli altri che sono lì dentro e tutte le regole di quel mondo e la fame, il disgusto per l’umanità, la morte. Come un uomo si abitua a girovagare nella foresta cibandosi di corpi così mi abituai io. Possiamo sopportare tutto, abituarci anche all’inferno così che quello diventi la normalità, il giorno e la notte di vite stroncate. Ora che torno e vedo il vostro mondo mi domando quale sia la differenza. Il mondo ai miei occhi colpevoli sembra un immenso campo di concentramento, dove nessuno smette le sue colpe e dove tutti leccano il proprio sangue ma non quello degli altri. Ci si abitua ad ogni male con la velocità di un telegiornale, di una mosca passata per un istante sul vostro vetro sporco. Come questi tronchi, queste case, come tutte queste luci arancio che si accendono per accogliere la notte. Fra un istante le avrò dimenticate. Vorrei vedere negli occhi di qualcuno il tuo, il loro sorriso. Brilla soltanto la consapevolezza dell’umana abitudine alla disumana violenza.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 22:36
Riesumo vecchi dolori …
Archeologia di ricordi
Mi capita di soffrire senza volerlo, di non provare un intimo disgustoso piacere nel dolore. Forse perché è la prima volta che sono effettivamente consapevole di averlo perso. Le nostre vite sono da molto separate, eppure io ho vissuto nei sogni le sue mani che mi circondavano. Il dolore per un amore perso senza volerlo è come un parto mancato. Qualcosa ti entra nell’ombelico e non esce più sebbene fatichi molto. Spinge, spinge ma non trova che mura di carne ad intrappolarlo. Il tuo corpo lascia entrare il dolore facilmente ma questo come una furia cieca non trova più l’uscita, anzi si perde. E’ un parto al contrario questo dolore che mi investe.
Supplicando per parti spontanei …
E' il canto del cuore di giaciglio alle 17:16
Chi apprezza l'indeterminatezza e potenzialità della libertà farà un grande sforzo a scarmbiarla con una scelta che non sia la migliore.
Non sacrificherò la mia libertà solo per far tacere la mia solitudine.
La libertà ha due volti: uno è la libertà, l'altro la solitudine.
La libertà ha una gemella invidiosa che le va costruendo attorno invisibili mura.
Vorrei valere per te la tua libertà, sarei felice di renderti libero schiavo di un mio sorriso.
Se vuoi liberarti di me... ricordami la mia libertà.
Parlami della mia libertà, perché l'ho persa l'attimo esatto in cui ti ho guardato negli occhi.
La morte più bella è quella della libertà quando incontro i tuoi occhi.
LIBERO è FORSE CHI CERCA QUALCUNO CHE VALGA DAVVERO LA SUA LIBERTà
E' il canto del cuore di giaciglio alle 17:38
C’è un baratro di attesa tra le nostre braccia. Sono sveglia nella notte, tu già dormi. Queste maledette ore che mi restano tu non le vivi. Come un vegetale annullerai otto ore di sogni, ti sveglierai che sarà già mattina, ti sveglierai ed io sarò già via. Per te finisce il tempo di questo giorno, chiuderai le palpebre e andrai via. Per me queste ultime ore si colorano di una straziante angoscia, buio che muove i passi lentamente, calpestando le domande, evitando le risposte. Siamo linee che non si incontreranno, assi di un seme diverso, persi tra milioni di carte e numeri ascoltiamo la voce dell’altro solo dopo otto ore di silenzio. Come una voce che arriva chissà da dove, un eco lontano che riesco a sentire solo quando spengo le luci chiassose del giorno.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 17:37
Ascoltare musica in macchina, in silenzio, con i finestrini mezzi aperti che respirano fumo e tu che mangi aria di notte. E’ così che ti chiama l’amore. Lentamente ti chiama l’amore strusciando i bordi dei tuoi jeans al suono soffuso e stabile dell’asfalto che scorre via, tra file di alberi che rincorrono la luna. E’ lui che non vuole mostrarsi, che si nasconde tra le fronde dei capelli e sguscia via con un sorriso storto e il gomito poggiato al vetro. E’ così che ti chiama l’amore. Nel vuoto delle parole si insinua veloce e inesperto, maldestro negli occhi di chi si sbircia di sbieco perché ha troppa paura di esser scoperto. Così ho imparato l’amore, con ronan keating che canta dolcemente dei tuoi capelli che non ha mai visto, della tua pelle che non ha mai toccato, e sa anche lui che quando non dici niente dici tutto e mi sembra scritta solo per noi tutta questa farsa del cielo, delle stelle, della strada che cammina e noi che non dobbiamo andare. Sembra solo per noi questo mondo adesso che il silenzio divora le nostre parole e finalmente posso sentire i soli suoni che mi permettono davvero di conoscerti, le vibrazioni dei tuoi sguardi e dei tuoi battiti frenetici e sinceri.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 22:30
Sola come un film incompreso
Sola come l’ultima goccia di caffè
infondo al bicchiere
Io sono sola
Sono talmente sola che queste parole
non esistono
Se le dicessi correreste tutti qui
Bizzarri tristi invitati da funerale
Sono solamente sola
Ed è esilarante che io mi dispiaccia di
questo poco riuscito giro di parole
Si dice che la vera libertà sia condivisa
Ogni giorno affronto la mia solitudine
Parlo, rido con voi
E’ in questa socievolezza
Che io sono sola
Sono sola come è sola una mano
Che stringe l’estraneo
Per conoscerlo
E non lo possederà
Mai
Sola come quell’unico capo
Giallo canarino
Del mio armadio
Unica, opera buffa
col sorriso
Da gioconda.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 22:26
Ho un foglio davanti, non è bianco, anzi, al contrario, è più nero che mai. Ho scritto tante parole confuse, mischiate a giornate d’autunno, alla rugiada che profumava di ricordi. Le mie parole sono fantasie, passato che non è mai stato presente. Ho partorito figli che non possono abbracciarmi. Ho moltiplicato un battito per fabbricare emozioni. Ho fame di sogni che diventano realtà. Sono stanca di riempire questo foglio di tante parole per non ricordare che ne manca una. Vedo lettere affannarsi nella mia mente, coprire ogni singolo spazio e ottenebrare l’uscita, perché la luce è sempre l’uscita e la luce è sempre bianca. Non voglio imbianchini a verniciar di bianco evitando i contorni della sola parola che conta, che resta nera. Non voglio un uomo che sia tutto quanto: il risveglio, il giorno, la notte. Non voglio un uomo che sia dappertutto: il bacio del primo sole, la carezza di un pranzo, l’intreccio di gambe alla luna. Perché se sarà tutto questo ma non sarà quella parola allora l’alba sarà inutile; il giorno, un giorno qualsiasi; la notte, distanza tra due corpi vicini. Voglio quella parola, la sola che riesce a far essere notte il risveglio e giorno la notte, perché non ha alcuna importanza cosa e dove se cercando nel vocabolario, tra mille parole, ove dovrebbe esserci amore c’è solo il tuo nome.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 15:35
Sinceramente, non saprei proprio da dove iniziare. Ah, sì, il destino …
Dentro una campana di vetro, in qualche anfratto coperto di sintetica neve, una fanciulla di nome Biancofiore suggella il suo amore partorendo un figlio.
“Oh, me lassa che mi lasciai possedere da un re il cui regno era destinato a sprofondare nel mare come fanciulla i cui seni soltanto affiorano rocciosi, resistendo alle inondazioni!”
Una bambina nella vasca da bagno, intanto, ignora il suo sesso, condividendo le acque con il fratello. Gremilde è il suo nome, lo intuiamo facilmente dalle beffe che di lei si fa il fratello più piccolo “Gremilde beccati questo!”. Lei ride.
Biancofiore giunge nella stanza dei bagni e si dà la morte gettandosi in acqua provvista di asciugacapelli. Gremilde ride, ha le sue buone ragioni. Cristiano, il fratello, finge battaglie tra il papero di plastica e il dinosauro, le onde travolgono entrambi.
I fatti nella campana di vetro si fanno incandescenti. Strano ma vero, c’è un millimetro di spazio dove il verde prato non è innevato dall’alto. Due guerrieri si sfidano per il lembo microscopico. Uno uccide l’altro ma viene ferito. Accorre allora un’anziana che passano nel lembo perde il bianco dei capelli e lascia un filo d’oro in pegno della giovinezza.
Gremilde è sola nella vasca e vede la pelle ruvida lentamente scucirsi. Una sconosciuta la fissa e la lava col volto trionfante di disprezzo e mala accuratezza. Gremilde ha gli occhi di una bambina che gioca, inconsapevole del suo sesso marcio.
Il giovane senza padre né madre sfida due centimetri di mondo, schiaccia un rettile e conduce la giovane dalla chioma bionda al re del centimetro verde.
Gremilde affonda le mani spugnate e rugose nell’acqua, le unisce, raccoglie sorsi di madragola e beve alla salute di un marito, il cui incantesimo d’amore si è spezzato col morire della gioventù.
Il pezzetto di terra verde era troppo piccolo per nascondersi, si amarono sotto la neve scrosciante, si amarono senza nostalgie. Le impronte sulla neve furono seguite e decifrate in abbracci traditori di promesse eterne. “Posso toglierti la gioventù per amarti?” lui le diceva. Lei rispondeva “Puoi togliermi tutto tranne le tue braccia, nessun filo d’oro vale quanto un filo di saliva racchiuso tra le tue labbra.
Gremilde veniva trascinata fuori dall’acqua da due mani robuste, il sorriso le si spegneva lento negli occhi opachi, anche i capelli persero il colore asciugati in quell’aria ignorante d’amore.
Isotta brillava distesa nel verde di un quadro espressionistico. Accanto un altro quadro presagiva sotterranee riserve e patiboli grondanti di sudore sulle giovani candide guancia.
Altre guancia sudavano mestizia, le lacrime solcavano il viso più che le rughe la gioventù. “Il nostro amore vincerà il tempo”sussurrava Gremilde davanti lo specchio che la ritraeva nuda, con la pelle cadente e ossa, ultime fragili testimoni di abbracci perduti. Le mani la ripresero, la vestirono violentando la sua volontà, la misero in un letto quando il sole ancora non baciava l’orizzonte.
“Di quante mani hai macchiato la tua promessa?” Sapevano di non poter domandare ad Isotta quanti amori avesse avuto, uno ed uno solo avrebbe risposto, il re avrebbe sorriso fingendo di essere Amore per gli occhi ai quali era soltanto uomo.
Gremilde scorreva le mani ruvide sul corpo. “Hai lasciato perire il mio amore … avevamo il filtro della giovinezza, le tue mani erano le sole che avrebbero dovuto carezzare il mio corpo ed io guardandoti avrei amato la tua bugia baciandoti la fronte”.
“Questo lebbroso e lei mio sire, mi han toccato solo queste mani”
L’amore eterno è come quella bugia, si cela dietro l’apparente verità. L’amore vero è quel lebbroso che ti ama e che tu ami. Gremilde lo sapeva mentre contemplava gli ultimi tremiti della bellezza persa nel ricordo di lui.
Ci sono ferite che possono essere guarite solo dalla mano di chi ti ama. Vele bianche o vele nere, promesse o defunte? Ci sono colori che possono vedere solo gli occhi di chi ti ama. Sano o malato, ferita o guarigione? L’amore non deve avere mai intermedi che filtrano le parole degli innamorati, che dipingono i loro sguardi per sotterrare la lontananza.
Gremilde volle noccioli e caprifogli sulla tomba dell’amore, la sua casa piena di ologrammi intrecciati a ricordare abbracci. Ad ogni muro uno spettro del suo amore eterno. Le mani la presero di nuovo e la gettarono nel fracido terreno di primo mattino, quel sorriso di bambina sul volto e le mani intrecciate sul petto. Tutti attorno estranei testimoni inconsapevoli del bianco di quel lutto.
I capelli oro volarono poggiandosi sulla fronte pallida di chi per strapparti alla neve ha lasciato che il sole bruciasse consumando un amore diviso.
Cristiano prese la campana di vetro e la gettò fragorosamente al suolo. Gremilde accorse al rumore, le ginocchia bambine si graffiarono poggiandosi sui vetri di un piccolo mondo in frantumi.
“Cosa hai fatto?” urlò disperata. La neve si accumulava mischiandosi alla polvere. “La mia neve!”
Crisitano rideva poi diede uno spintone a Gremilde dicendole di voltarsi “Guarda che bel sole, che devi fare con quella neve?”. Gremilde muoveva confusamente le mani per raccoglierla.
Che vuoi che me ne freghi del sole se illumina solo la tua assenza.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 16:50
abituati alla perfezione
da manuali fatti di pixel
e pagine sporche di finzioni
uccidiamo con l'esperienza
la vergogna per gesti poco eroici
per particolari perdenti
nel casting di chi ci racconta
uccidiamo con l'esperienza
abiti farciti dall'abitudine
seni troppo rotondi
corpi striscianti tra loro in
melodie musicali prive
di distorsioni
quando il mio corpo approda
sulla tua pelle ruvida
e sento graffianti sembianze
d'affetto
l'imperfezione balena felice
nei miei occhi azzurro pallido
ho ucciso con l'esperienza
attese di trimalcionici valzer di corpi
così imparo ad amare
questa realtà
non ho bisogno di barocchi sguardi
preferisco consumare questo
umano semplice amore.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 00:20
Quest’ora mi è nuova, tramonto fatto di silenzio che si specchia nell’anima. Le volte in cui mi trovai compiaciuta della solitudine compagnia si enumerano come stelle, con l’indice le contai spedendo lettere a Morfeo. Non è quindi l’esser sola che mi angoscia. Cosa allora se non l’assenza di un volto che brillar mi faccia degli occhi il sonno? Ho solo amori fantasiosi, sabbia nel vuoto a crear castelli, annegati poi dall’anima che piange verità. Ahimè, le menzogne mascherate della notte sono streghe fuori dalla luce di quelle balere, castelli di lenzuola ospitanti corpi che lievi si muovono al ritmo del fiato che si nega il respiro. Mi muovo in ipnotica veglia, trainata da una corda che mi cinge la vita, mi stringe e trascina in domanda in cui ogni prole parola è perita. Ed io mi trovo sola, senza nessuno a cui dire. Non vi è nessuno a cui prostrare braccia e padiglioni devoti alla musica, che immediati tradirebbero per suono di voce che vibri le corde col plettro d’amore. Quest’ora ormai usata la vendo a poco prezzo, con garanzia eterna e ricambio incorporato. Cercasi disperatamente un volto all’avvenente solitudine.
"di tanti amori della vita mia,ce n'è mai stato 1giusto, ho dato rabbia, ho dato poesia, ma infondo cosa resta?
ecco che tutti finiscono mischiati nel bicchiere,ecco che scappa via il cerchio al giocoliere" Vecchioni
E' il canto del cuore di giaciglio alle 14:03
La dolcezza è nelle tue labbra
quando si avvicinano lentamente alle mie
la dolcezza è nei tuoi occhi
unici custodi della mia luce
se ti allontani anche un solo metro da me
un vuoto si apre tra le nostre braccia
è il desiderio di averti
che mi stringe il petto
e lega i fianchi
quando ti sono lontana
Una corda mi trascina inerme verso di te
nel paradiso sconfinato della tua presenza
come una schiava dipendente dal tuo sorriso
ma è in questa libera schiavitù
che io trovo la felicità
E' il canto del cuore di giaciglio alle 12:40
I gaer
Ci sono momenti in cui il mio corpo non tende verso niente, fluttuante nella vuota aria dei se; in quei momenti alcune voci trafiggono come aghi appuntiti la mia testa che vibra eccitata come da carezza di mano invisibile. Capisco l’astinenza quando la preferisco ad un’azione fasulla, contorta immagine di perverse mal riuscite ambizioni. Ho la bocca pastosa e gli occhi di un finto cieco mentre ti bacio. Non so dirti che ti amo, eppur non t’ho mai amato. Pregi convincenti adulano i cuori stanchi, così tu sai essere ottimo prestigiatore delle mie ore, destreggiando nelle tue mani rubati sorrisi e rampicanti sguardi. Getto un piede avanti sperando che il pavimento si colori specchiandosi nei tuoi occhi mai verdi come quel prato. Fingo che non sia solo pigrizia, nascondo consapevole questo battito che non scoppia per te nel mio petto e poi chiamo tutto questo, in poetico volo, speranza.
E' il canto del cuore di giaciglio alle 21:33
Poesia
Disgraziata felicità: Passami quella disgraziata felicità che stende il suo corpo morto tra il dolore e la sua assenza, che tende le mani per celarti gli occhi, per strapparti i capelli e fingere che sia stato il nervosismo disgraziata felicità che gioca a nascondino e non si fa trovare mai a volte senti come se fosse lì dietro le tue spalle a guardarti ma poi ti giri ed è rimasto solo l'eco del suo ghigno e l'impronta bianca dei suoi tacchi a spillo sul mio pavimento di carbone. passamela dai tu che l'hai tra le mani tu che le hai teso una trappola di tristezza per poi far cadere la rete sui suoi occhi di mare aperto e le sue labbra di fuoco. fammi sentire un po' cosa si prova a portarla a trascinarla nel buio, a toglierle le scarpe a spillo e farle il solletico sotto i piedi bianchi cosa si prova a rinchiudere in trecce i suoi capelli ribelli Ma l'ho presa di forza l'ho trascinata per le braccia mentre lei, lei disgraziata felicità anche lei adesso vedeva il mio buio e piangeva, piangeva la felicità, piangeva disgraziata e commossa senza scarpe e con i capelli legati, con le labbra smorte e le guance pallide adesso lei è graziosa Tristezza.
Lettore musicale
Poesia
Battaglia: Il mio capo che imita il sole si leva al mattino colmo di sogni e amore ma se tarda il giorno e la notte si appresta il ronzio del silenzio è il canto di messa poi parte un violino qui nella mia testa sarà sogno o fame risponde la testa ma il cuore dolente richiama alla mente quell’amore assente che lei più non sente e scoperta la trama la melodia suona alzando il volume a questo valzer di pena il cuore in ginocchio chiede commosso che venga sepolto l’amore nascosto ma la mente cosciente della beffa precedente ricorda all’insolente l’accusa recente non è per assenza di memoria balorda ma per mia decenza la viola nascosta e tu intestardito appena che hai il suono sentito commosso hai voluto riscoprire ciò che addietro hai perduto e ora non piangere cuore immaturo non tremare di dolore nel sentirti insicuro ma abbraccia i violini che suonano incessanti nel mio e tuo capo colmo d’inutili sentimenti e li senti i momenti in cui era con te e di nuovo ti menti su di lei grazie a me ma ora che ti aiuto e chiedo perdono al tempo mio amico che ha perso il lavoro compiuto fino a che l’amore hai svegliato e ora che dorme non soffiargli sul naso perché di nuovo mio caro io più non ti aiuto e ti lascio senza tempo e senza che scorra il minuto che colmo di ricordi ti annega di sangue e ti senti impotente di fronte alla morte sapute queste cose fratello mio caro non darti codesta sorte una vita di amaro ma prendi una pala e scava la fossa non per te stesso ma per chi ha tolto al tuo battito regolare traccia e spero che i violini non suonino anche lì sotto e che tu non resusciti per piccolo suono un amore già morto e spero che la vita perda l’amaro di un cuore infelice e un corpo non sano e io che sono a capo e presiedo ogni cosa sono come il padre che ha il figlio fuori casa quando tu ribelle sconvolgi ogni cosa e dai alla vita solo tramonti e niente risa io mi rattristo e tolgo la divisa perché un cuore malato può più di qualsiasi altra cosa.
Poesia
La signora: Sono segni distratti quei colori che rivestono il giorno lentamente brucia il corpo la consapevolezza del tuo non ritorno si posa sulle mani un’ultima infinita sera a cui non seguirà più di lui il giorno una signora vedova ha premuto le sue ginocchia sul mio costato ed io ora sono solo un legno bruciato e corroso la signora nera è venuta mi ha presa e mi ha legata ha stretto su di me due lacci il tedio e la rabbia la signora ha un marito si chiama felice io sono rapita da lei che non ha pace rancore e rabbia prendono gli uomini troppo spesso per amanti ma io sogno ancora di cieli sereni e campi abbondanti.
Poesia
Non so cosa teneva "dint' a capa" intelligente, generoso, scaltro. Per lui non vale il detto che è del papa: morto un Troisi non se ne fa un'altro. morto troisi muore la segreta arte di quella dolce tarantella. ciò che Moravia disse del poeta io lo ridico per un pulcinella. La gioia di bagnarsi in quel diluvio "jamm, osaccio, naggia, azz" era come parlare col vesuvio era come ascoltare del buon jazz. "non si capisce" urlavano sicuri "questo Troisi se ne resti al sud" adesso lo capiscono i canguri, gli indiani e i miliardari di Holliwood. con lui ho capito tutta la bellezza di Napoli, la gente, il suo destino. E non m'ha mai parlato della pizza, e non m'ha mai suonato il mandolino. Oh, Massimino io ti tengo in serbo fra ciò che il mondo dona di piu' caro ha fatto piu' miracoli il tuo verbo che quello dell'amato San Gennaro. Roberto Benigni
Canzone
Sogna, ragazzo sogna: (Vecchioni) E ti diranno parole rosse come il sangue, nere come la notte ma non è vero, ragazzo, che la ragione sta sempre col più forte; io conosco poeti che spostano i fiumi con il pensiero, e naviganti infiniti che sanno parlare con il cielo. Chiudi gli occhi, ragazzo, e credi solo a quel che vedi dentro stringi i pugni, ragazzo, non lasciargliela vinta neanche un momento copri l'amore, ragazzo, ma non nasconderlo sotto il mantello; a volte passa qualcuno, a volte c'è qualcuno che deve vederlo. Sogna, ragazzo, sogna quando sale il vento nelle vie del cuore, quando un uomo vive per le sue parole o non vive più. Sogna, ragazzo, sogna, non lassciarlo solo contro questo mondo, non lasciarlo andare, sogna fino in fondo, fallo pure tu! Sogna, ragazzo, sogna quando cala il vento ma non è finita, quando muore un uomo per la stessa vita che sognavi tu. Sogna, ragazzo, sogna, non cambiare un verso della tua canzone, non lasciare un treno fermo alla stazione, non fermarti tu! Lasciali dire che al mondo quelli come te perderanno sempre, perché hai già vinto, lo giuro, e non ti possono fare più niente. Passa ogni tanto la mano su un viso di donna, passaci le dita; nessun regno è più grande di questa piccola cosa che è la vita. E la vita è così forte che attraversa i muri senza farsi vedere; la vita è così vera che sembra impossibile doverla lasciare; la vita è così grande che "quando sarai sul punto di morire, pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire". Sogna, ragazzo sogna, quando lei si volta, quando lei non torna, quando il solo passo che fermava il cuore non lo senti più. Sogna, ragazzo, sogna, passeranno i giorni, passerrà l'amore, passeran le notti, finirà il dolore, sarai sempre tu ... Sogna, ragazzo sogna, piccolo ragazzo nella mia memoria, tante volte tanti dentro questa storia: non vi conto più. Sogna, ragazzo, sogna, ti ho lasciato un foglio sulla scrivania, manca solo un verso a quella poesia, puoi finirla tu.
Canzone
"... A volte basta una parola per stare bene a metà, tra l'emozione e la paura di amarsi in questa eternità ..." (Pino Daniele)
Woody Allen
I politici hanno una loro etica. Tutta loro. Ed è una tacca più sotto di quella di un maniaco sessuale. Woody Allen E' bello essere poveri anche perché quando ti avvicini ai settant'anni i tuoi figli non cercano di dichiararti non sano di mente per prendere il controllo delle tue proprietà. Woody Allen Non voglio raggiungere l'immortalità attraverso le mie opere; voglio raggiungerla vivendo per sempre. Non mi interessa vivere nel cuore degli americani; preferisco vivere nel mio appartamento. In generale un'affermazione della destra è sempre una cattiva notizia, è sempre una faccenda pericolosa. Perché la destra dà risposte molto semplici, dirette a problemi enormi. Ci sono i senzatetto? Che se ne vadano. C'è un aumento di criminali? Ripristiniamo la pena di morte. Soluzioni che naturalmente non tentano di capire il perché dei fenomeni a cui vengono applicate. Al momento possono sembrare efficaci, ma fra venti anni sarà peggio e ne faranno le spese le generazioni del futuro che di nuovo si troveranno di fronte problemi gravissimi. Se mantieni la calma mentre tutti intorno a te hanno perso la testa, probabilmente non hai capito qual è il problema! La psicanalisi è un mito tenuto vivo dall'industria dei divani. Fortunatamente, secondo la moderna astronomia, l'universo è finito: un pensiero consolante per chi, come me, non si ricorda mai dove ha lasciato le cose. E mi chiesi se un ricordo sia qualcosa che hai o qualcosa che hai perduto. La differenza tra l'amore e il sesso è che il sesso allevia le tensioni e l'amore le provoca. L'amore è la risposta, ma mentre aspettate la risposta, il sesso può suggerire delle ottime domande. Ero sopraffatto dal disgusto di me stesso e ho considerato di nuovo l'idea di uccidermi, questa volta aspirando forte col naso in prossimità di un agente di assicurazioni. Non so se Dio esista. Ma se esiste spero che abbia una buona scusa. I guai sono come i fogli di carta igienica: ne prendi uno, ne vengono dieci. Le differenze maggiori tra i vari canali televisivi sono tuttora le previsioni del tempo. Non condannate la masturbazione. É fare del sesso con qualcuno che stimate veramente! Voglio raccontarvi una storia straordinaria sulla contraccezione orale. Ho chiesto a una ragazza di dormire con me e lei ha risposto: "No." L'ultima volta che sono entrato in una donna fu quando ho visitato la Statua della Libertà. Quand'ero piccolo i miei genitori hanno cambiato casa una decina di volte. Ma io sono sempre riuscito a trovarli. Mentalità divertente quella degli americani: nessuno ha detto niente quando Nixon ha bombardato illegalmente la Cambogia, ma se lo avessero sorpreso in una camera d'albergo con una minorenne lo avrebbero cacciato in due giorni.
Waiting for Godot
Vivo tutti i miei giorni aspettando Godot, dormo tutte le notti aspettando Godot.Ho passato la vita ad aspettare Godot.Nacqui un giorno di marzo o d'aprile non so, mia madre che mi allatta è un ricordo che ho, ma credo che già in quel giorno però invece di poppare io aspettassi Godot. Sono invecchiato aspettando Godot, ho sepolto mio padre aspettando Godot, ho cresciuto i miei figli aspettando Godot. Questa sera sono un vecchio di settantanni, solo e malato in mezzo a una strada, dopo tanta vita più pazienza non ho, non posso più aspettare Godot.Ma questa strada mi porta fortuna, c'è un pozzo laggiù che specchia la luna, è buio profondo e mi ci butterò, senza aspettare che arrivi Godot. Ma l'abitudine di tutta una vita, ha fatto si che ancora una volta, per un momento io mi sia girato, a veder se per caso Godot era arrivato La morte mi ha preso le mani e la vita, l'oblio mi ha coperto di luce infinita, e ho capito che non si può, coprirsi le spalle aspettando Godot. ho incominciato a vivere forte, proprio andando incontro alla morte. Claudio Lolli